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La scienza della libromania

martedì 8 marzo 2011

Introduzione a "Il Portale"


Copertina
Introduzione
Siamo davvero soli nell'universo?
Siamo davvero figli di questa Terra?
Siamo davvero padroni della nostra carne?
E siamo coscienti di ciò? O forse viviamo in un mondo che è solo una proiezione dei nostri bisogni e dei nostri desideri, tanto da essere infinitamente lontano dalla realtà?
E cosa rimane della realtà, se noi siamo incapaci di comprenderla o perfino di vederla?
Perché cerchiamo sempre una via di fuga, piuttosto che soffermarci un momento per capire?

CAPITOLO UNICO
Il problema è che siamo comunque esseri fragili, dotati di sentimenti che ci rendono trasparenti od opachi, a seconda che abbiamo davanti a noi uno specchio od un vetro. Quando cala la notte, i nostri fantasmi bevono dalla nostra bocca ed affollano la nostra mente. Ci svegliamo stanchi, dopo aver guardato a lungo il soffitto, che non cambia mai eppure ogni volta ci appare sempre diverso.
Quando sono sola, i sogni si levano da me, si allontanano e si sperdono, si mescolano alla luce del sole sui tetti e gli occhi si riempiono di puntini scuri attorno ad una grande massa, mentre il cuore batte più forte, al ritmo di uno stomaco aggrovigliato.
Non mi chiedo mai se si tratta di amore, non lo comprendo e non posso così riconoscerlo. So che la sera prima non ho mangiato niente che mi abbia potuto far male, poiché la mia abitudine ha vegliato su di me come è solita a fare.
Ho lasciato la tazza vuota e sporca di caffè sul comodino già da un paio di mattine: questa, invece, non sono mai riuscita a farla divenire parte del mio rito di ogni giorno.
Non c'è inizio e non c'è fine, solo un divenire inarrestabile...



IL SOGNO – ritorno al passato.
Quando si svegliò, il sogno rimase solo pochi istanti, come la somma di sensazioni sgradevoli e prive di contorni definiti. La gola era arsa e le doleva. Sollevò le coperte e mise le gambe fuori dal letto.
Si passò una mano fra i capelli e se li allontanò dal viso.
Fin ove arrivava la sua memoria, c'era solo freddo.
E disagio.
Si alzò lentamente e - per contrasto - il caldo soffocante della camera l'avvolse in un abbraccio. Il contatto con l'aria la fece rabbrividire.
Era sudata e rivoli di goccioline le nascevano sulla fronte, le scorrevano ai lati del viso, fin giù lungo il collo, per ritrovarsi poi nella piccola conca formata dall'unione delle clavicole. Qui rallentavano un momento per poi precipitare nel solco dei seni.
La maglietta le si era appiccicata addosso e liberarsene fu un sollievo.
Con un rumore secco, aprì la vecchia finestra e l'aria dell'alba entrò vorace nella stanza, spingendole indietro i capelli ed accarezzandole la pelle.
Il grigiore del cielo preannunciava la pioggia e sentì venirle incontro il suo odore familiare.
Il sogno era arrivato inaspettato ed improvviso e l’aveva sorpresa, anche se esso era una costante nella sua vita prima dell’inizio del suo soggiorno umano. A quel tempo ella viveva solo nel dormire. Era capace di creare lo spazio in un mondo onirico, fatto di immagini rilucenti, di sfondi magici colorati da pianeti morenti e da stelle lontane. Nelle connessioni del proprio cervello, quelli come lei nascevano e morivano come nuvole, si fondevano in unici turbini e si disperdevano altrettanto velocemente.
Il risveglio era sempre rumoroso - un lungo schiocco - mentre la simbiosi veniva a cadere ed ognuno si ritrovava solo, in un mondo grigio e freddo.
Era da molto che non faceva più quel sogno ed il ritrovarlo ancora intatto nei suoi ricordi le fece provare ancora più acuta la nostalgia del suo passato, di ciò che era stata e di quanto ancora sperasse in un ritorno. L’essere divenuta umana non era stato all’inizio cosa sgradita, anzi. Tutto le era apparso nuovo ed eccitante, reale e talmente diverso da farle provare, per la prima volta, la sensazione di essere venuta alla luce nel momento più sbagliato, su un mondo che non poteva più far suo e su cui non sarebbe mai più stata in grado di tornare. Fino a che punto si stava sbagliando! Mai avrebbe sospettato quanto acuta sarebbe stata la sua nostalgia!
La volta del cielo si apriva a fiore su di lei, osservandola beffardamente ed increspandosi leggermente di ironia. La tristezza che provava la rendeva leggera ed, alzando il braccio e protendendo le dita, le pareva quasi di poter sfiorare quel vuoto che l'attirava e la respingeva allo stesso tempo.
S'alzò in punta dei piedi, ma quel mondo si allontanò da lei, risoluto e testardo.
Le nubi si mossero e presero a rincorrersi, ognuna inseguendo la compagna, fino a formare un vortice grigio. All'inizio lentamente, poi acquisendo velocità ed infine turbinando freneticamente, in un parossismo di follia.
L'elettricità pervadeva l'aria e piccoli lampi azzurri attraversavano il vortice, saettavano improvvisi formando cerchi concentrici che mandavano, per pochi istanti, una luce fredda.
“È meraviglioso!” e terribile insieme.
Era il passaggio di un'anima verso l’Altrodove.
Se solo avesse avuto il coraggio di attraversarne la porta, forse sarebbe stata ancora in tempo a raggiungerla.
Poi i raggi del sole, caldi e rossi, aprirono profonde spaccature nella coltre del cielo, disfacendo la rete di nubi con facile crudeltà.
La luce, ora feriva, i suoi occhi.
Lo specchio le rimandò indietro un'immagine stanca. Aveva gli occhi rossi, cerchiati da un'ombra scura - che poteva pure essere una leggera traccia del trucco del giorno prima - e che la invecchiava.
Legò i capelli con un nodo e aprì l'acqua della doccia. La fissò cadere debole e rimbalzare sul pavimento del bagno. Goccia a goccia, come fosse pioggia, come il battito leggero e profondo del cuore e come il lento scorrere del sangue.
Girò la manopola con un movimento brusco del polso, quasi con rabbia e subito il getto divenne più forte: ora era lo scrosciare di un'antica cascata. Un dolce mondo d'acqua, dove i rumori giungono a lei ovattati e lontani.
«I capelli si increspano in onde silenziose attorno al suo viso, essi nascono sulla testa, lungo la nuca ed il collo, fin giù, su tutto l'arco della schiena, come una criniera di morbide ciocche azzurrastre, appoggiandosi leggere sulle natiche e sfiorando la pelle come vivi serpenti.»
Il rumore sordo del temporale lacerò quelle immagini, riportandola alla realtà. Le era parso il trascorrere di un secolo entro il cerchio di pochi minuti.
Allora allungò la mano ed afferrò il flacone dello shampoo.
Il dolore fu improvviso ed inaspettato, la colpì al ventre e la costrinse in ginocchio, spezzandole il respiro. Irrigidì le membra e si morse con forza un labbro. Strinse i pugni contro lo stomaco e nel breve e lungo istante in cui il dolore entrò in lei per poi abbandonarla, una parte infinita del suo essere si staccò, si sollevò sopra il suo capo e rimase sospesa su di lei a guardare.
Quando tutto finì, il cielo era azzurro ed il sole splendeva. Un filo di sangue scorreva vivo dal lato destro della bocca. Il suo sapore ferroso l'avvolse.
Chinò la testa e vomitò.
Le mani le tremavano.
«L'aria entrava in lei fresca e profumata, portava con sé un leggero sentore di salsedine e di alghe cotte al sole.
Quando alzò la testa, riparandosi gli occhi con la mano dal riverbero della luce, vide ciò che aveva perduto.
Non la riconobbe.
Non capì subito.
Davanti a lei, un po' discosta, era una bambina, con gli occhi imbronciati ed una piega amara sulla bocca. Il viso era volto lontano da lei: una macchia di luce che appariva nitida a tratti, come se fosse nascosta dal cadere di una cascata d'acqua.
Non riusciva a distinguerne i colori.
Lacrime calde cominciarono a sgorgarle e rigarle le guance man mano che la consapevolezza iniziava a girare attorno a lei fino ad esserne assorbita.
Bambina” chiamò e la sua voce era come un sussurro.
La bimba si scostò i capelli dal viso ed alzò un braccio, protendendo le dita verso il cielo...»
Così fu l'inizio.
edera
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