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La scienza della libromania

mercoledì 31 agosto 2011

da boopen a photocity.it


Da poco tempo Boopen editore è divenuta Photocity.it Edizioni. Il sito, nelle pagine dedicate agli autori, è migliorato notevolmente. Vedremo ora come andrà...

lunedì 2 maggio 2011

L'UOMO CHE INCONTRO' SE STESSO di Michele Giunta

Lascio qui un'altro racconto di Michele Giunta, per il vostro diletto. E' un pezzo, secondo il mio punto di vista, davvero inconsueto, ben fatto e dal finale per nulla scontato. Nella futura opera letteraria che prima o poi il nostro autore regalerà al suo meritato pubblico, a mio dire ciò che segue dovrebbe risiedere al posto d'onore: buona lettura!

"L'UOMO CHE INCONTRO' SE STESSO"
di Michele Giunta
Lo strano ed inconsueto incontro che neanche il miglior architetto del mondo avrebbe potuto progettare, avvenne un lunedì del mese di ottobre di un anno bisestile. A proposito, faceva un freddo cane a causa di una bizzarra perturbazione proveniente dalla Siberia che, spinta dal desiderio di varcare i confini, aveva deciso di fermarsi per un week-end in Italia.
L'atmosfera che precedette di poco quell'incontro si può facilmente descrivere: all'imbrunire, sotto un cielo che non sapeva né di carne, né di pesce, dove stanchi cumulo-cimbi avevano deciso di passeggiare strascicandosi come vecchi ubriaconi in direzione nord -ovest, all'interno del centro storico di una stanca e stressata città della Sicilia orientale. Lui, stressato come Bonolis al termine di una trasmissione televisiva, uscì dall'ufficio, recando sottobraccio una cartella contenente documenti, delle giocate al lotto, una bolletta del gas non pagata, mezzo chilo di castagne ed altre carte di poco valore riposte alla rinfusa.
Era non bello ma abbastanza simpatico, un carattere alquanto espansivo, divertente, dalla battuta facile, disponibile con i colleghi e con la gente in genere, alle volte pensieroso ed enigmatico sopratutto nei momenti in cui aprendo la porta di casa si trovava di fronte la suocera, che a sua volta lo guardava con la stessa intensità di chi si tollera per forza
di cose, costretti a suddividere (e condividere) lo stesso tetto, per non parlare dei pavimenti e delle pareti.
Appariva ben vestito, indossava una camicia in cotone bianca  con sottili righe verticali esonerata dalla sovrapposizione  di cravatta, un abito grigio scuro, ai piedi degli eleganti mocassini ben lucidati e, mentre camminava, pensava al suo rientro a casa, alla moglie che lo aspettava per inveirgli addosso com'era solito fare, alla suocera impicciona sino all'inverosimile, al figlio trentenne eternamente sfaticato, abbarbicato come un acaro sulla poltrona a fumare, al suocero ultra centenario rimbambito da tempo immemore che raccontava giornalmente i suoi episodi di guerra del lontano 1915 sul Piave, alla cameriera pettegola, al gatto che zampettava dentro tutta la casa inseguendo ombre che vagamente assomigliavano a piccoli sorci... insomma ad un vero inferno.
L'uomo incontrò se stesso alle diciassette e dodici in punto, all'interno del centro commerciale “Corbellerie e cianfrusaglie” poco dopo aver varcato l'opulento androne d'ingresso  pavimentato in marmo di Carrara. Riflesso da una vetrina di una foto-ottica mentre si sistemava i capelli, notò dietro le sue spalle, a pochi metri da lui, una sagoma vagamente familiare, che lo fissava in maniera insistente. Si voltò lentamente e rimase sbalordito nel vedere se stesso di fronte al suo viso, vestito nel suo identico modo, con la sua stessa faccia... insomma, per farla breve, la sua fotocopia. Si guardarono per alcuni istanti, il tempo necessario per mettere a fuoco la situazione, per rendersi conto se si trovassero nel mondo reale o in un ritaglio di tempo immaginario, frutto di allucinazioni o effetto di uno stato emotivo dovuto allo stress. Tutto  intorno, il resto del mondo in quell'istante si fermò. Tra i due, il primo che parlò fu lui, l'uomo che volle prendere di petto la situazione e rivolto verso l'altro disse :
Senti amico, ho avuto una giornataccia che non ti dico, devo tornare a casa al più presto e non ho intenzione di giocare con te, chiunque tu sia, per cui togliti la maschera e dimmi perché possiedi la mia stessa faccia e le mie sembianze... ho capito, sei un rapinatore... tieni questi duecento euro e finiamola qui”
L'altro accennò ad un sorriso e rispose: “Non ho alcuna maschera e non sono un rapinatore”
Ho capito, sei un gay... guarda che a me piacciono le donne, per cui amico caschi male”
“Non sono neanche gay”
E allora chi sei”
“Sono te stesso.”
Non riesco a capire, tu saresti ... me,ho inteso bene?”
“Si, hai capito benissimo, sono te stesso, anche se in realtà nonostante mi vedi e parli con me, non possiedo una forma fisica, una sostanza, una materia, praticamente nulla.”
Quindi nella logica delle cose io ti vedo, ti parlo, ma in realtà non esisti, fisicamente non rappresenti un essere umano, non possiedi il codice fiscale, non paghi le tasse, non hai suocere, non paghi il superbollo, non fai pipì, non devi timbrare il cartellino ogni mattina in ufficio, se ti sparassero non moriresti perchè di fatto non esisti.. e così via dicendo...”
“Bravo, è proprio così”
Come ti invidio! Vorrei essere al tuo posto...”
“Lo so mio caro, ma il fatto è che non puoi essere me perchè io sono te ed è impossibile scambiare i nostri ruoli, e questo nostro incontro, per quanto può sembrarti illogico, è necessario che avvenga. La direzione...”
La direzione ?”
“Ma si, la Direzione, l'organo centrale che presiede il tuo essere, tu pensi che io avrei preso iniziative di mia spontanea volontà? Fosse stato per me sarei tranquilla a riposare! Dicevo, la Direzione ha stabilito che in questo giorno e in questo preciso momento noi due ci incontrassimo faccia a faccia in un confronto necessario per la tua sopravvivenza. Dovrai liberarti dalle tue angosce, dalle ansie che ti porti dentro, confessarti come non hai mai fatto. Per la prima volta nella tua vita cercherai di essere sincero con te stesso, cioè con me che ti rappresento. Per cui, mio caro, non sono ammesse finzioni né ipocrisie, questo è il momento di fare i conti.”
Quindi, se ho ben capito, tu sei ....la ..mia..”
“Coscienza, sì, lo hai detto tu stesso”
Scusa.. volendo quantificare questi conti, quanto dovrei pagare? Sai ho già sul groppone il mutuo della casa, la finanziaria della macchina.... è già un salasso credimi! Non potresti contattare il mio consulente e metterti d'accordo con lui? Ti do il suo numero di cellulare...”
“Ah, ah!, stupido che non sei altro, il mio conto non è quantificabile in moneta, non ti servirà il bancomat o la carta di credito, stavolta in gioco ci sei tu! Lo so che tante volte hai rimandato questo appuntamento, ma stavolta non potrai sfuggire a te stesso!”
Ascolta, io ti credo sulla parola e ritengo che sei una gran brava persona....”
“Non sono una persona, sono la...”
Coscienza, si questo l'ho capito anche senza andare al CEPU!”
“CEPU? Cos'è? Un'associazione Coscienza Etica Personale Universale?”
Ma no, è un corso di studi a pagamento... mmh... senti amico, non è che possiamo rivederci qualche altro giorno? Avrei fretta, a casa mi aspettano: stasera festeggiamo mio suocero che compie centotredici anni e devo andare a ritirare la torta in pasticceria prima che chiuda.”
“Mi spiace, ma dobbiamo concludere tutto ora. Nei prossimi giorni ho altri impegni.”
Ti chiedo una proroga, per favore... e poi, scusa se te lo dico, ma sei peggio di un esattore delle tasse, sei veramente senza cuore!”
“Che vuoi, le coscienze non hanno cuore.”
Ascolta cara coscienza, facciamo un patto, un compromesso che soddisfi entrambi, che ne dici?”
“Spiacente, non sono ammessi imbrogli di nessun genere, se no perché mi chiamo coscienza? La serietà prima di tutto!”
Nel frattempo, mentre i due cercavano di instaurare un dialogo - a dire il vero difficoltoso, neanche fossero davanti ad un tavolo per una trattativa sindacale per discutere sul rinnovo contrattuale - giunse da chissà quale angolo remoto un'altra strana figura che, a causa di una strana benda posizionata sugli occhi, prese in pieno un palo di illuminazione all'interno dell'immenso atrio d'ingresso.
“Ahi, ahi! Mamma che botta! Ahi, ahi! Questa maledetta benda che devo portare sugli occhi! Con questo è il 130° palo che ho preso nel giro di un anno! Ahi,ahi! Ehm, scusate se interrompo, desideravo parlare con il signor Carlo...”
“Sono io, ma, scusi, lei chi è?”
“Sono la fortuna e volevo invitarla a giocare una schedina del superenalotto. Le do la possibilità di azzeccare la  combinazione vincente: stasera lei diverrà ultramilionario! Ahi, ahi, che male! Mi sa che devo chiamare il 118...”
“Ma allora lei... lei è la dea bendata!”
“Beh, diciamo di si, anche se porto fortuna agli altri ma poco a me stessa! Pensi che quest’anno, a causa di incidenti per via di questa maledetta benda, ho avuto parecchie fratture scomposte, una lesione ai legamenti crociati, punti di sutura su tutto il corpo, il cranio lesionato... una sfiga che non le dico! Allora, che facciamo? Giochiamo questa benedetta schedina? Così vado via... ehm, scusi se abbasso la benda, almeno posso vederla in faccia.”
Il dialogo venne bruscamente interrotto dalla coscienza, che intervenne decisa: “Scusa amica, non vorrei disturbarti, ma hai maleducatamente interrotto il colloquio che ho in corso con il signor Carlo. Attendi che finisca io e tra un'ora al massimo sarà a tua completa disposizione.”
“Ma guarda che combinazione, quanto tempo che non ti incontravo sulla mia strada! L'ultima volta mi sembra sia stato a Natale. Sei intervenuta nella rapina al supermercato 5 Acca, io stavo dirigendo magistralmente il colpo che era quasi riuscito e tu come al solito sei intervenuta convincendo i malviventi ad arrendersi ed a lasciare il bottino! Sei la solita impicciona arrogante, perfettina, geneticamente moralista! Comunque, bado alle ciance, ho bisogno che il nostro amico giochi questa benedetta schedina del superenalotto, per cui fammi la cortesia, rinvia il tuo colloquio ad altra data!”
Per oltre un'ora le due se ne dissero di tutti i colori senza risparmiarsi invettive e scartabellando tutti gli scheletri che avevano nell'armadio, quando il battibecco fu interrotto dall'intervento del signor Carlo, il quale assisteva come terzo incomodo appoggiato ad una pensilina e guardando ansioso l'orologio.
“Ehi, giovinette, scusate se mi intrometto, io vi ringrazio ambedue dell'interessamento verso la mia umile persona, volevo solo rammentarvi che avrei un impegno improrogabile: la pasticceria che mi chiude. e poi, coscienza mi permetta di dissentire, ritengo che c'è sempre tempo per ravvedersi e poi scusi signora sfiga, pardon signora dea bendata, ma parlando e sparlando, si sono fatte le 19,30 e se non sbaglio i terminali a quest'ora chiudono i collegamenti. Stavo pensando che se ripassa sabato verso le 17, con calma, mi detta i sei numeri, poi prendiamo un caffè insieme. Che ne dice?”
“Ma no, non posso più ripassare! E poi non sa che la fortuna passa solo una volta nella vita? Certo se questa stupida non mi avesse fatto perdere tempo a quest'ora io avrei assolto al mio compito e lei sarebbe diventato ricchissimo! Pazienza.”
“Come ti permetti? Proprio tu che ti sei intromessa ad interrompere una delicata operazione analitica che avevo con questo signore che oggi avrebbe dovuto ritrovare se stesso! Hai rovinato la programmazione prevista! Ma vai a quel paese!”
Il dialogo fu seguito da una tremenda colluttazione tra la coscienza e la dea bendata, che si diedero botte da orbi pestandosi a sangue come nemmeno gli esseri umani riescono a fare. Il signor Carlo, approfittando della favorevole situazione che si era venuta a creare, quatto, quatto, si allontanò dal centro commerciale, uscì in strada, girò l'angolo e corse come una furia verso la pasticceria. Riuscì a prendere la torta e lo spumante ed arrivare alle 20 e10 a casa in uno stato di stress maggiore di quello in cui si era trovato uscendo dall'ufficio, con uno sguardo tra l'allucinato e lo choc di chi aveva vissuto un pomeriggio con esseri a dir poco  disumanizzati.
Quando suonò il campanello e si aprì la porta di casa, fu investito da urla sovrumane talmente potenti che, come un tornado, lo travolsero sbattendolo per terra.
“Brutta specie di tricheco, cretino di un marito! Innanzitutto alzati da terra che sembri un millepiedi del Sahara, deficiente che non sei altro, ti sembra l'ora di arrivare?”
“Veramente ho avuto un incontro con tipi.... ehm... persone strane: la mia coscienza e poi è arrivata la fortuna. Pensa, stasera potevo diventare milionario! Però sono scappato quando stavano litigando...”
“Ma cosa stai dicendo? Farfugli parole sconnesse! Le cose sono due: o ti sei fatto una canna o ti sei ubriacato al bar!? Comunque lasciamo perdere, non vorrei che mi aumentasse la pressione. A proposito, signor quasi milionario ha telefonato la banca: siamo sotto di tre rate del mutuo. Ti aspettano lunedì mattina, vedi come fare altrimenti ipotecano la casa. Ora entra e sbrigati: tutti ti aspettano e la cena è quasi pronta.”
La porta si richiuse alle sue spalle ed il signor Carlo, dopo aver accuratamente nascosto la sua angoscia, si inventò uno di quei sorrisi più falsi ed ipocriti che si siano mai visti sulla faccia della terra. La famiglia al completo si ritrovò attorno al tavolo nel salone a festeggiare il vecchio suocero Aristide Naccari e, quando questi rivolto verso il genero proferì tali parole: “Che ne dici, ti è piaciuta la cosci...”
Il povero Carlo sferrò un pugno sul naso dell'inconsapevole vegliardo che si accasciò esanime con la faccia sulla purea di patate, mentre la dentiera fuggendo all'impazzata dalla bocca effettuò un volo a caduta libera e si diresse con una traiettoria millimetrica dentro la brocca del vino che. Ovviamente, schizzò sul vestito nuovo di zecca della nonna la quale urlò a tutto spiano.
Quello che successe, nei minuti seguenti, è facilmente immaginabile, ma se il nostro amico Carlo avesse fatto finire la frase del rincoglionito Aristide che, poverino, si riferiva alla succulenta coscia di pollo al forno perimetrata da dorate patate, posizionata al centro del tavolo, tutto questo non sarebbe accaduto. Quella stessa notte Carlo, dirigendosi con passo spedito verso il porto, guardò l'orologio ed allo scoccare delle 24 e 00, in prossimità del molo Colapesce, prese la decisione estrema e si gettò a capofitto tra le gelide acque del mar Ionio. Il suo piano incontrò, purtroppo, come accade in tante situazioni della vita, le insidie che si nascondono dietro l'angolo e il suo tuffo venne interrotto dalla barca sottostante di Don Ciccio Mastroeni un esperto pescatore che stava raccogliendo le lenze per i totani. Mentre la barca affondava tra i flutti e don Ciccio chiamava in rassegna buona parte dei santi del paradiso, tralasciando gli arcangeli, anche per il rispetto del figlio primogenito Michele, il povero Carlo veniva trasportato d'urgenza all'ospedale. E mentre l'ambulanza varcava velocemente il cancello dell'ospedale Stammibene, comunicando l'arrivo di un paziente per la sala operatoria, la coscienza e la dea bendata, come rapinatori in fuga, lasciavano frettolosamente la città imbarcandosi su un volo di linea per altre anonime destinazioni.
Nel turbinio notturno di una città come tante altre, tra le multiformi luci dei locali ed i rumori intriganti della notte, mentre anonimi barboni vagavano alla ricerca di una scatoletta semivuota o di avanzi da mangiare, un uomo, all'interno di una sala operatoria, circondato da un nugolo di anestesisti e chirurghi, entrava silenziosamente nel tunnel dell'incertezza. Nel solitario e freddo corridoio, sotto tenui luci al neon, tra odori di disinfettante e delle più variegate essenze medicali, c’è una sola persona seduta su una sedia che,  masticando un chewing-gum, attende notizie. Un grasso infermiere che sta per smontare dal turno le si avvicina e le sussurra: “Su, non si preoccupi, vedrà che ce la farà... A proposito, lei è un parente o un amico?”
“Nessuno dei due. Sono il suo destino.”

martedì 8 marzo 2011

Introduzione a "Il Portale"


Copertina
Introduzione
Siamo davvero soli nell'universo?
Siamo davvero figli di questa Terra?
Siamo davvero padroni della nostra carne?
E siamo coscienti di ciò? O forse viviamo in un mondo che è solo una proiezione dei nostri bisogni e dei nostri desideri, tanto da essere infinitamente lontano dalla realtà?
E cosa rimane della realtà, se noi siamo incapaci di comprenderla o perfino di vederla?
Perché cerchiamo sempre una via di fuga, piuttosto che soffermarci un momento per capire?

CAPITOLO UNICO
Il problema è che siamo comunque esseri fragili, dotati di sentimenti che ci rendono trasparenti od opachi, a seconda che abbiamo davanti a noi uno specchio od un vetro. Quando cala la notte, i nostri fantasmi bevono dalla nostra bocca ed affollano la nostra mente. Ci svegliamo stanchi, dopo aver guardato a lungo il soffitto, che non cambia mai eppure ogni volta ci appare sempre diverso.
Quando sono sola, i sogni si levano da me, si allontanano e si sperdono, si mescolano alla luce del sole sui tetti e gli occhi si riempiono di puntini scuri attorno ad una grande massa, mentre il cuore batte più forte, al ritmo di uno stomaco aggrovigliato.
Non mi chiedo mai se si tratta di amore, non lo comprendo e non posso così riconoscerlo. So che la sera prima non ho mangiato niente che mi abbia potuto far male, poiché la mia abitudine ha vegliato su di me come è solita a fare.
Ho lasciato la tazza vuota e sporca di caffè sul comodino già da un paio di mattine: questa, invece, non sono mai riuscita a farla divenire parte del mio rito di ogni giorno.
Non c'è inizio e non c'è fine, solo un divenire inarrestabile...



IL SOGNO – ritorno al passato.
Quando si svegliò, il sogno rimase solo pochi istanti, come la somma di sensazioni sgradevoli e prive di contorni definiti. La gola era arsa e le doleva. Sollevò le coperte e mise le gambe fuori dal letto.
Si passò una mano fra i capelli e se li allontanò dal viso.
Fin ove arrivava la sua memoria, c'era solo freddo.
E disagio.
Si alzò lentamente e - per contrasto - il caldo soffocante della camera l'avvolse in un abbraccio. Il contatto con l'aria la fece rabbrividire.
Era sudata e rivoli di goccioline le nascevano sulla fronte, le scorrevano ai lati del viso, fin giù lungo il collo, per ritrovarsi poi nella piccola conca formata dall'unione delle clavicole. Qui rallentavano un momento per poi precipitare nel solco dei seni.
La maglietta le si era appiccicata addosso e liberarsene fu un sollievo.
Con un rumore secco, aprì la vecchia finestra e l'aria dell'alba entrò vorace nella stanza, spingendole indietro i capelli ed accarezzandole la pelle.
Il grigiore del cielo preannunciava la pioggia e sentì venirle incontro il suo odore familiare.
Il sogno era arrivato inaspettato ed improvviso e l’aveva sorpresa, anche se esso era una costante nella sua vita prima dell’inizio del suo soggiorno umano. A quel tempo ella viveva solo nel dormire. Era capace di creare lo spazio in un mondo onirico, fatto di immagini rilucenti, di sfondi magici colorati da pianeti morenti e da stelle lontane. Nelle connessioni del proprio cervello, quelli come lei nascevano e morivano come nuvole, si fondevano in unici turbini e si disperdevano altrettanto velocemente.
Il risveglio era sempre rumoroso - un lungo schiocco - mentre la simbiosi veniva a cadere ed ognuno si ritrovava solo, in un mondo grigio e freddo.
Era da molto che non faceva più quel sogno ed il ritrovarlo ancora intatto nei suoi ricordi le fece provare ancora più acuta la nostalgia del suo passato, di ciò che era stata e di quanto ancora sperasse in un ritorno. L’essere divenuta umana non era stato all’inizio cosa sgradita, anzi. Tutto le era apparso nuovo ed eccitante, reale e talmente diverso da farle provare, per la prima volta, la sensazione di essere venuta alla luce nel momento più sbagliato, su un mondo che non poteva più far suo e su cui non sarebbe mai più stata in grado di tornare. Fino a che punto si stava sbagliando! Mai avrebbe sospettato quanto acuta sarebbe stata la sua nostalgia!
La volta del cielo si apriva a fiore su di lei, osservandola beffardamente ed increspandosi leggermente di ironia. La tristezza che provava la rendeva leggera ed, alzando il braccio e protendendo le dita, le pareva quasi di poter sfiorare quel vuoto che l'attirava e la respingeva allo stesso tempo.
S'alzò in punta dei piedi, ma quel mondo si allontanò da lei, risoluto e testardo.
Le nubi si mossero e presero a rincorrersi, ognuna inseguendo la compagna, fino a formare un vortice grigio. All'inizio lentamente, poi acquisendo velocità ed infine turbinando freneticamente, in un parossismo di follia.
L'elettricità pervadeva l'aria e piccoli lampi azzurri attraversavano il vortice, saettavano improvvisi formando cerchi concentrici che mandavano, per pochi istanti, una luce fredda.
“È meraviglioso!” e terribile insieme.
Era il passaggio di un'anima verso l’Altrodove.
Se solo avesse avuto il coraggio di attraversarne la porta, forse sarebbe stata ancora in tempo a raggiungerla.
Poi i raggi del sole, caldi e rossi, aprirono profonde spaccature nella coltre del cielo, disfacendo la rete di nubi con facile crudeltà.
La luce, ora feriva, i suoi occhi.
Lo specchio le rimandò indietro un'immagine stanca. Aveva gli occhi rossi, cerchiati da un'ombra scura - che poteva pure essere una leggera traccia del trucco del giorno prima - e che la invecchiava.
Legò i capelli con un nodo e aprì l'acqua della doccia. La fissò cadere debole e rimbalzare sul pavimento del bagno. Goccia a goccia, come fosse pioggia, come il battito leggero e profondo del cuore e come il lento scorrere del sangue.
Girò la manopola con un movimento brusco del polso, quasi con rabbia e subito il getto divenne più forte: ora era lo scrosciare di un'antica cascata. Un dolce mondo d'acqua, dove i rumori giungono a lei ovattati e lontani.
«I capelli si increspano in onde silenziose attorno al suo viso, essi nascono sulla testa, lungo la nuca ed il collo, fin giù, su tutto l'arco della schiena, come una criniera di morbide ciocche azzurrastre, appoggiandosi leggere sulle natiche e sfiorando la pelle come vivi serpenti.»
Il rumore sordo del temporale lacerò quelle immagini, riportandola alla realtà. Le era parso il trascorrere di un secolo entro il cerchio di pochi minuti.
Allora allungò la mano ed afferrò il flacone dello shampoo.
Il dolore fu improvviso ed inaspettato, la colpì al ventre e la costrinse in ginocchio, spezzandole il respiro. Irrigidì le membra e si morse con forza un labbro. Strinse i pugni contro lo stomaco e nel breve e lungo istante in cui il dolore entrò in lei per poi abbandonarla, una parte infinita del suo essere si staccò, si sollevò sopra il suo capo e rimase sospesa su di lei a guardare.
Quando tutto finì, il cielo era azzurro ed il sole splendeva. Un filo di sangue scorreva vivo dal lato destro della bocca. Il suo sapore ferroso l'avvolse.
Chinò la testa e vomitò.
Le mani le tremavano.
«L'aria entrava in lei fresca e profumata, portava con sé un leggero sentore di salsedine e di alghe cotte al sole.
Quando alzò la testa, riparandosi gli occhi con la mano dal riverbero della luce, vide ciò che aveva perduto.
Non la riconobbe.
Non capì subito.
Davanti a lei, un po' discosta, era una bambina, con gli occhi imbronciati ed una piega amara sulla bocca. Il viso era volto lontano da lei: una macchia di luce che appariva nitida a tratti, come se fosse nascosta dal cadere di una cascata d'acqua.
Non riusciva a distinguerne i colori.
Lacrime calde cominciarono a sgorgarle e rigarle le guance man mano che la consapevolezza iniziava a girare attorno a lei fino ad esserne assorbita.
Bambina” chiamò e la sua voce era come un sussurro.
La bimba si scostò i capelli dal viso ed alzò un braccio, protendendo le dita verso il cielo...»
Così fu l'inizio.
edera

giovedì 3 febbraio 2011

A proposito del Print on Demand


Io non credo che la stragrande maggioranza di chi si rivolge al P.O.D. crede di aver trovato furbescamente la scorciatoia.

Bisogna vedere il P.O.D. anche in un'altra ottica: cosa vuole fare l'autore con il suo libro? Io ho pubblicato due miei libri con Boopen perché volevo un prodotto stampato di buona qualità anche per poche copie con l'unico fine di poter regalare il mio lavoro a quelle persone che mi conoscono e che ne sarebbero state interessate. Secondo me chi si rivolge a Boopen o a Lulù sa perfettamente che non potrà mai pretendere di sfondare con questo metodo. Nel mio caso, poi vedere il mio lavoro su carta mi ha spinto a partecipare al mio primo concorso letterario che aveva come premio la pubblicazione del romanzo vicitore: ho spedito un mio romanzo inedito che non ha vinto, ma si è piazzato fra i finalisti. E' stata una soddisfazione, certo, ma il fatto ha consolidato la mia idea che scrivere è, appunto, un sogno e che a volte per rializzarlo basta accontentarsi. L'importante è non farsi abbindolare, invece, dall'editoria a pagamento, che, come le cartomanti o i venditori di magici numeri del lotto, sono semplici società finalizzate a succhiare soldi.
Per me il P.O.D. - se è di qualità - è una soluzione per determinate aspettative. In fondo, ho letto alcuni libri di esordienti pubblicati con case editrici free che erano ciofeche senza punteggiatura e con grossolani errori di stampa al pari di altri pubblicati con Boopen, Lulù o in e-book. L'unica differenza è che con il P.O.D. sai esattamente cosa aspettarti: il tuo lavoro così com'è.
Certamente vedere un proprio libro in libreria, edito da una casa editrice free che ha fatto il suo lavoro bene, ha sempre il primo posto nella scala dei miei sogni, perché, a discapito degli e-book che saranno pure il futuro dell'editoria, il fascino di un libro stampato è inimitabile e irrinunciabile.
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